UNA FORMA DI RESISTENZA COME TANTE ALTRE

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venerdì 30 gennaio 2009

l' amore ai tempi dell' edilizia

sarà che non sono capace di stare solo

così ho costruito uno splendido rapporto con la tua segreteria telefonica

che è un lavandino intasato di parole

e a novembre abbiamo festeggiato il mio compleanno in macchina

che ci facevamo saune col fumo di tabacco

e le mie paranoie a tuo parere sono infondate come l’ edilizia speculativa del dopo guerra

quando si costruiva tanto e male perché quello era il bisogno

il bisogno del popolo di avere un ipotetico tetto

come siamo simili adesso nei nostri bisogni

per esorcizzare per ignorare

che sempre ci demoliscono

che ci demoliscono sempre

che cos’ è un chiasmo?

un chiasmo che cos’ è?


martedì 20 gennaio 2009

lunotti posteriori

così ci siamo salutati in un piazzale raffreddato

eravamo sigarette buttate ai bordi delle banchine in stazione

mi hai disegnato un cuore sullo sporco del lunotto posteriore della macchina

che non l avrei più lavata se solo non fosse stata quella di mia madre

che me la sarei tenuta sul comodino quella scatola di latta da quaranta cavalli

che mi sarei fatto tutta la strada del ritorno a casa in retromarcia

per provare a crederci

per provare a dimenticare la volta in cui ti ho detto ti amo e tu mi hai risposto cazzi tuoi

ed ero così imbarazzato che mi sentivo nudo in tangenziale

e mi sentivo crudo a farti male

chissà quanto ci manca per capire come investire al meglio il nostro tempo

investiamolo intanto e lasciamolo rantolante sul cemento

come roberto calvi e tanti altri che sono stati suicidati

portiamolo a ballare in qualche balera priva di norme igienico-sanitarie

che possa stramazzare su un tavolino come un spia russa

danziamo danziamo

tra coloro che pensano che si sciolga così gennaio

basta una bottiglia sempre piena, finché dura il fumo

e i nostri nomi pronunciati assieme uno dopo l’ altro sanno di anacronistico

come le parole coltivare andreotti gettone ricambio eroinomane pera panchina

perciò fuggiamo dal retro della nostra generazione

mano nella mano

che non ci troveranno mai

come tutte quelle cose più o meno importanti che non si devono trovare

tocca anche a noi

così i miei baci dalla provincia senza gps si sono persi prima di farti arrossire

e la tua fotosintesi clorofilliana si è esaurita senza farmi rinverdire

non ci resta che riverniciare le nostre impronte digitali

portare a lavare le nostre automobili interiori

compresi i lunotti anteriori e posteriori

compresi i cuori

per non riconoscerci

per non ritrovarci

mai più.


lunedì 5 gennaio 2009

un nuovo danno

ci lasciamo alle spalle ottomilasettecentosessantanove ore

le mangiamo voracemente

tralasciando la raccolta differenziata con incalcolabile piacere

siamo nebbia che mangia l’ orizzonte

in nottate così padane da farci schifo

che ci riflettiamo nelle vetrine delle butìc infrante da troppi malcontenti

che non siamo mai stati contenti

tu che se fossimo a napoli butteresti giù me dal balcone

io che ti riserverei l’ ultima pallottola dell’ ultimo caricatore dell’ ultima pistola non ancora sequestrata

noi che siamo durati quanto una carta incendiata

per lobotomizzarci i cuori augurandosi buon anno

lasciamoci soltanto distese di buio fuori dalla porta

e botti inesplosi tra le lenzuola

ammiriamoci da un nono piano qualsiasi

ora che siamo necropoli sottovetro

barattati con parcheggi interrati a pagamento

in pieno centro

e il partenone di bussolengo che andrebbe raso al suolo

come i nostri entusiasmi

come i campi rom

come il tuo guardaroba

che è una grande consolazione a quattro ante

e andiamo a toglierci il fiato sulle ande

come quando giravamo per casa con l’ afa insopportabile

che avevamo l’ equatore sul terrazzo

in cerca di sigarette e dissetanti

che ci sentivamo obesi

solamente in mutande

che ci sembravamo in prima serata a tirare su l’ audience

e la mattina c' era la luce del sole che vivisezionava le serrande

illuminando il rimpianto del non poterti vedere grande

perché siamo un aborto spontaneo

come la notte di capodanno in cui con una pisciata sulla neve ti ho scritto “ti amo”

eravamo così squattrinati che i fuochi d’ artificio in piazza li abbiamo visti in bianco e nero

ed era bello tenerti la fronte mentre in tangenziale vomitavi un arcobaleno

era bello per davvero.


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